Proclamando Cristo con autorità | World Challenge

Proclamando Cristo con autorità

David WilkersonJuly 3, 2006

Il nostro ministero ha organizzato molte conferenze per pastori nel corso degli ultimi anni, ma di proposito non ho mai insegnato come predicare. Già faccio abbastanza fatica a predicare per me stesso, e non sono assolutamente in grado di consigliare qualcuno su come farlo.

Ricordo vividamente le volte durante i miei cinquanta e più anni di predicazione, in cui la parola che mi è uscita di bocca mi ha stimolato ed è penetrata nella mia anima. Sapevo mentre predicavo quei sermoni che il messaggio era accompagnato da un’autorità spirituale. Non si poteva confondere quel tocco del Signore.

Mi ricordo ancora, sempre vividamente, quando invece il mio messaggio mancava di quell’unzione speciale. Non c’era il “suono di tromba”, il messaggio non scendeva già nell’anima della gente, e non vi era una vera autorità spirituale. In quelle occasioni, il messaggio mutava, era informativo ma mai convincente o efficace.

Ripensando al passato, a quei messaggi particolari, so dentro di me perché mancavano di un santo fuoco e di passione.

In quei momenti, la mia anima era arida e vuota, e la parola che predicavo era “semplicemente un altro sermone”. Accadeva sempre durante un periodo in cui il Signore mi aveva tolto l’unzione per qualche tempo.

Non che lo Spirito Santo mi togliesse la capacità di predicare in quei momenti, ma quando parlavo non c’era quell’autorità spirituale di cui sto parlando. Quei momenti per me erano terribili. Sapevo sempre nel profondo della mia anima perché le mie prediche cambiavano, e perché i miei messaggi non toccavano profondamente gli uditori. Il fatto è che Dio trattiene l’autorità spirituale da qualunque servo con cui abbia una controversa.

Il fatto era che c’erano delle situazioni nel mio cuore che non avevo affrontato, peccati dello spirito che pensavo di avere arreso. Riuscivo facilmente a vedere quegli stessi peccati negli altri, ma non riuscivo a riconoscerli in me.

Tutti noi sappiamo che i giorni in cui stiamo vivendo necessitano una predicazione con grande autorità spirituale. Non sto parlando di predicazioni migliori, o di sermoni fatti bene e neanche di messaggi con maggiori rivelazioni. Infatti, il genere di predicazione di cui sto parlando non potrebbe essere chiamato “una buona predicazione”. Perché?

Ecco come Paolo definì la “autorità spirituale”: è una manifestazione della verità che affronta la coscienza di ogni uomo alla luce di Dio (vedi 2 Corinzi 4:2).

Quando senti quel tipo di predicazione di cui sto parlando, il tuo spirito è troppo sobrio persino da pensare in questi termini. Non giudichi se il sermone era buono o meno, né tanto meno valuti chi lo ha predicato. La tua unica reazione è quella di inginocchiarti in umiltà davanti alla santa presenza del Signore.

Questo genere di predicazione va molto al di là delle nostre emozioni, ed invece ci porta faccia a faccia con la nostra coscienza davanti a Dio. L’effetto è quello di stare realmente davanti al Signore, i pensieri e le azioni scoperte davanti a Lui.

Paolo descrive il tipo di servo a cui è concessa questa autorità: “[egli ha] rinunziato ai sotterfugi della vergogna, non camminando con astuzia, né falsificando la parola di Dio, ma mediante la manifestazione della verità” (2 Corinzi 4:2).

Un tale servo è stato a stretto contatto con Gesù ed ha aperto il suo cuore all’azione dello Spirito Santo. Secondo Paolo, la preghiera costante di questo servo è:

“Signore, mostrami le mie motivazioni peccaminose, le mie ambizioni impure, e qualsiasi disonestà o manipolazione. Non permettermi di predicare con un’attitudine nascosta ed ingannevole nel cuore”.

Lo Spirito Santo mi ha parlato in maniera molto chiara su questo argomento, dicendo: “Bisogna pagare un prezzo per avere la mia autorità spirituale”. Mi ha sussurrato in particolare:

“Davide, sei stato lavato col sangue. Sei sotto il patto, e sei il mio figlio redento. Ma se vuoi questo genere di unzione – quella che manifesta la verità al cuore di ogni uomo – devi permettermi di affrontare certe situazioni che ostacolano la tua autorità spirituale”.

Permettetemi di condividere con voi quello che il Signore mi ha detto su questo argomento.

In Luca 14, Gesù venne invitato da un certo capo Farisei per “mangiare del pane” nella sua casa. Erano stati invitati anche altri Farisei, uomini che, come colui che li aveva invitati, erano rigidi osservanti della legge. Quando il padrone di casa invitò i suoi ospiti a sedersi, ci fu improvvisamente un battibecco per chi dovesse occupare il posto di capotavola. La Scrittura ci dice che Gesù allora osservò come “si sceglievano i primi posti a tavola” (Luca 14:7). Era una bella mostra di orgoglio, la necessità di essere visti e riconosciuti.

Quando anche Cristo si sedette a tavola per mangiare, pronunciò questo rimprovero a quei capi religiosi di Israele: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché quel tale potrebbe aver invitato un altro più importante di te, e chi ha invitato te e lui non venga a dirti: "Cedi il posto a questi". E allora tu, pieno di vergogna, non vada ad occupare l'ultimo posto. Ma quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto affinché, venendo chi ti ha invitato, ti dica: "Amico, sali più su". Allora ne avrai onore davanti a coloro che sono a tavola con te. Perché chiunque si innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato” (Luca 14:8-11).

Le parole di Cristo in questa scena valgono per tutti i suoi seguaci. Eppure, se consideriamo il suo uditorio in casa di un Fariseo, capiamo che stava descrivendo un tipo particolare di leader: quelli che “amano i saluti nelle piazze, i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei conviti… fanno lunghe preghiere per farsi vedere” (Luca 20:46-47).

In breve, Gesù ci dice che ci sono uomini e donne che fanno buone opere solo per farsi vedere dagli altri. Queste persone amano le luci della ribalta e si suonano sempre la tromba da soli.

Nei miei viaggi con mio figlio Gary, siamo stati testimoni di questi “auto-suonatori di tromba”. In alcune delle conferenze pastorali che abbiamo tenuto in tutto il mondo, uomini si sono avvicinati a noi con il loro seguito di attendenti, vantandosi di grandi e gloriosi risultati:

“Io pasturo una delle più grandi chiese di questa nazione. Abbiamo 20.000 membri, e trasmettiamo in TV da costa a costa. Stiamo piantando chiese in tutta la nazione e in tutto il mondo. Moltitudini di persone sono state salvate”.

Spesso, questi uomini sono così presi dalle loro opere che non hanno neanche il tempo di dirci come si chiamano.

Quando incontriamo questi uomini, i nostri cuori sobbalzano solamente a salutarli. La maggior parte di questi pastori è rimasta all’ombra durante la conferenza. Non hanno seguito, nessuna notizia da darci sul loro ministero. E nel loro comportamento possiamo vedere chiaramente Gesù.

Abbiamo incontrato un uomo del genere in una conferenza e gli abbiamo chiesto: “Sei un pastore?”. “Si”, ha risposto. “Dove?” gli abbiamo chiesto. Ci ha risposto: “Ho vari compiti”.

In seguito ci hanno detto: “Fratello David, fratello Gary, sapete chi è quell’uomo? E’ responsabile di oltre 6 milioni di credente in una mezza dozzina di paesi. È uno dei pastori più rispettati in questa regione del mondo”.

Ecco un uomo di grande onore che aveva un enorme ministero, ma che aveva imparato a scegliere l’ultimo posto nella casa.

Cosa voleva dire esattamente Gesù quando pronunciò quest’affermazione? Come ministro, prendo questa parola particolare dal Signore molto seriamente. Con essa, egli sta invitando ogni pastore, evangelista, insegnante e ogni persona comune ad “andare più in alto”, in un posto di maggiore onore. Qual è questo onore a cui ci invita?

È ottenere l’autorità spirituale necessaria a trafiggere il muro più duro nel cuore degli uomini. Significa avere la Sua unzione per trapassare il velo sulla mente di ogni anima accecata. Infatti, questa chiamata a “salire più in alto” è un invito ad entrare nella pienezza del tocco di Dio. È un invito ad avere un’intimità maggiore ed a diventare oracoli più convincenti, più sicuri e più giusti del Signore.

Ma rimane questo fatto: se continuo a vantarmi – se le “mie” opere e il “mio” ministero saltano fuori in quasi ogni conversazione – nella mia predicazione non potrà esserci alcuna vera autorità. Devo confessare che di recente sono rimasto scioccato di quanto andavo dicendo ad alcuni a cui mi presentavo. Ho riconosciuto nelle mie parole un desiderio subdolo di essere onorato e rispettato. Non stavo scegliendo l’ultimo posto a tavola.

Credo che questa parola sia specialmente dura per i ministri, ma è anche una parola per qualsiasi figlio di Dio. L’affermazione di Gesù qui sottolinea il lavoro più difficile al quale ci ha chiamati. È un invito ad imparare ad ascoltare gli altri, cercando di non imporci. Siamo chiamati ad essere proclamatori del vangelo di Cristo, e senza umiltà le nostre parole cadranno al suolo.

Permettetemi di darvi un esempio personale.

Ad un raduno di ministri anni fa a New York City, un pastore famoso si vantava di un famoso miliardario che frequentava la sua chiesa. Ad un certo punto, mi intromisi e aggiunsi: “Oh si, viene spesso anche nelle nostre riunioni”.

In seguito mi vergognai da morire. Ferito nello spirito, pregai: “Oh Signore, non imparerò mai a mordermi la lingua e a stare zitto?”.

Tutti noi abbiamo in noi i semi della gelosia e dell’invidia. La questione è: chi fra di noi è disposto a riconoscerli?

Un santo predicatore puritano di nome Thomas Manton disse della propensione umana all’invidia e alla gelosia: “Siamo nati con questo peccato adamitico. Lo beviamo col latte materno”. Fa profondamente parte di noi.

Questi semi peccaminosi ci impediscono di gioire per le benedizioni e per i successi degli altri ministri e delle altre opere. Il loro effetto è quello di erigere potenti barriere fra noi e i nostri fratelli e le nostre sorelle: “L'ira è crudele e la collera impetuosa, ma chi può resistere alla gelosia?” (Proverbi 27:4).

Giacomo aggiunge: “Ma se nel vostro cuore avete amara gelosia e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità” (Giacomo 3:14).

Come messaggero del vangelo di Cristo, non posso serbare alcuna gelosia o invidia verso qualcuno. Giacomo dice chiaramente che questo mi impedisce di predicare o di insegnare con autorità spirituale, perché vivo una menzogna contro la verità.

In poche parole, questo peccato di gelosia e di invidia è un veleno amaro. E scrivo oggi questo messaggio perché lo Spirito Santo mi ha mostrato il male miserabile di questo peccato davanti al Signore. Se non lo abbandoniamo, non solo perderemo l’autorità spirituale, ma apriremo la porta all’attività demoniaca.

In 1 Samuele 18, troviamo Davide di ritorno da una battaglia in cui aveva massacrato i Filistei. Mentre lui e il re Saul entravano a Gerusalemme, le donne d’Israele uscirono per celebrare le vittorie di Davide, cantando e danzando: “Saul ha ucciso i suoi mille, e Davide i suoi diecimila”.

Saul fu ferito da questa celebrazione gioiosa, pensando fra sé: “Hanno attribuito a Davide diecimila vittorie, e a me solo mille: cosa potrà avere ancora se non il regno?” (1 Samuele 18:8).

Immediatamente, Saul venne consumato da uno spirito di gelosia e di invidia. Nel verso successivo, leggiamo l’effetto mortale che ebbe su di lui: “Da quel momento in poi Saul invidiò Davide” (18:9).

Tutta quella notte, Saul fremette di rabbia, autocommiserandosi. Pensò: “Ho lavorato duro, dando tutto me stesso per servire questa gente. Ed ora come mi ricambiano? Dando a Davide più onore e gloria di me. Cantano le lodi del mio ministro assistente, ed ignorano me”.

Tragicamente dopo dio ciò, “Saul divenne per sempre nemico di Davide” (18:29).

La realtà era che non importa quanto il popolo poteva acclamare o onorare Davide. Lo Spirito di Dio era ancora su Saul, dando al re la sua autorità spirituale e la sua unzione, ed Israele ancora lo amava. Infatti, Saul era amato da Dio, e ancora valeva la promessa del Signore di edificare in questo uomo una casa duratura.

Se Saul si fosse umiliato davanti al Signore in pentimento, riconoscendo l’attacco insidioso del nemico sulla sua anima – se avesse riconosciuto la sua invidia e l’avesse scacciata dal suo cuore – Dio avrebbe onorato questo servo unto. Saul sarebbe diventato non solo il primo re di Israele ma anche il più grande. E la verità su Davide è che questo fedele capitano avrebbe con gioia assicurato i suoi servizi militare a Saul.

Ma Saul non riuscì a sedersi all’ultimo posto. Al contrario, fu attratto dal suo spirito invidioso al posto più elevato. E quanto accadde il giorno seguente dovrebbe riempirci di un santo timore:

“Il giorno dopo un cattivo spirito, da parte di DIO, s'impossessò di Saul… Saul aveva paura di Davide perché l'Eterno era con lui, mentre si era ritirato da Saul” (18:10-12).

Ogni congregazione, grande o piccola che sia, merita di udire la Parola di Dio predicata con autorità. Ma ciò non può accadere semplicemente finché i servi di Dio ovunque non risolvono i loro problemi davanti al Signore.

Sotto il patto che Dio ci ha dato nel Nuovo Testamento, non è mai troppo tardi per afferrare quest’autorità soprannaturale.

Dio ha bisogno di ciascuno di noi in questi ultimi giorni. Ed ogni nazione ha bisogno di ogni ministro in essa, che sia ordinato o laico, che vada avanti con vera unzione spirituale. Per dirla in parole povere, Cristo deve essere predicato con autorità. E la parola che ci è stata data da predicare non è complicata.

Vi confesso, non sono mai entrato pienamente in questa autorità spirituale. Eppure, nel suo amore e nella sua misericordia, il Signore mi ha detto cosa devo fare per ricevere questa misura sempre crescente di autorità.

Venti anni fa, ero all’angolo fra la 42esima strada e Broadway, nel cuore di Times Square, e pregavo Dio perché facesse sorgere una chiesa lì all’incrocio del mondo. La chiesa di Times Square è nata lì all’angolo di quella strada, ed ogni anno io ritorno lì allo stesso posto per parlare con il Signore.

Il mese scorso, vicino al mio settantacinquesimo compleanno, sono ritornato proprio lì dove ero stato diversi anni prima. Questa volta, ho chiesto al Signore: “Cosa vuoi che io abbia per il resto dei miei giorni? Quale dovrebbe essere il mio obiettivo?”.

La risposta giunse: “Avvicinati a me, ed io ti avvicinerò a me”. E questo fu tutto.

Oggi è questa la prima priorità. Devo trascorrere tanto tempo semplicemente avvicinandomi al Signore. E sono convinto che durante questi momenti di vicinanza Lui mi mostrerà il suo cuore e mi rivelerà ciò che c’è nel mio.

Per ogni cristiano, avvicinarsi significa una preghiera incessante… non stancarsi mai… prendere del tempo con il Signore.. renderlo cioè l’opera più importante nella nostra vita.

Credo che se prestiamo ascolto a questa parola, Dio rimuoverà fedelmente da noi tutto ciò che non è simile a Cristo, per mezzo del Suo Spirito. E riverserà sui suoi servi la sua unzione spirituale, per la proclamazione autoritaria della sua Parola.

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