Perdonami, Signore, per averti fatto piangere | World Challenge

Perdonami, Signore, per averti fatto piangere

David WilkersonJuly 31, 2006

Luca 19 ci dà un’immagine potente di Gesù che entra per l’ultima volta a Gerusalemme. L’immagine è quella di Cristo che si avvicina alla città su un asino, al suono delle grida di lode e di esaltazione che gli vengono innalzate. Era partito dal monte degli Ulivi, e man mano che si avvicinava alle porte della città, la folla era aumentata. Ben presto la gente si toglieva i mantelli davanti a lui, agitando le fronde delle palme e gridando: “Eccolo! È giunto il momento in cui arriva il re di Israele. La pace è giunta a Gerusalemme. Finalmente, il regno è qui!”.

Perché si gioiva, perché queste lodi a voce alta? “Perché essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi subito” (Luca 19:11). Secondo la gente, Gesù presagiva l’arrivo del “regno sulla terra” promesso da Dio. Questo però non significava che lo considerassero il loro Messia. Il loro unico pensiero era che il regno di Dio era cominciato: “Addio, dominio romano! Non ci saranno più guerre, perché il nostro re si leverà con una spada e spazzerà ogni nemico. Vedremo la pace a Gerusalemme e in Israele, non ci sarà più schiavitù né carestia. Dio ha finalmente mandato il re che tanto aspettavamo”.

Nessuno quel giorno si sarebbe aspettato quello che accadde subito dopo. Man mano che Gesù scendeva dal monto e le moltitudini gridavano le sue lodi, egli guardò Gerusalemme – e scoppiò in un pianto. “E come egli si avvicinava, vide la città e pianse a su di essa” (Luca 19:41). Ecco Dio stesso in carne, che piange!

Il concetto di un Dio che piange è deplorevole per la mente dell’empio: “Dio che piange? Perché mai una deità dovrebbe mostrare la sua debolezza?”.

Eppure Gesù lì pianse. Qual era il motivo delle sue lacrime? La evidente incredulità del popolo. Forse penserai: “Ma queste persone stavano cantando le sue lodi, stavano gridando osanna. Questo non mi pare incredulità”. Ma la Scrittura ci dice che Gesù sapeva quello che c’era nel cuore di quegli uomini. Ed il fatto è che da lì a poco la stessa folla si sarebbe indurita con un’incredulità omicida nei suoi confronti.

Fu in quel momento incredibile per la storia di Israele che Gesù pianse angosciato per la durezza del popolo: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati! Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!” (Matteo 23:37).

Ricordate, questa era la stessa folla che aveva visto compiere tanti miracoli da Gesù. Ciechi avevano recuperato la vista, sordi avevano di nuovo udito, gli zoppi camminavano, i morti erano risorti – e le folle erano state testimoni di tutto ciò. Ma, nonostante questa dimostrazione vivente di ogni profezia dell’Antico Testamento riguardante il Messia – nonostante le parole profetiche che queste persone stavano pronunciando – avrebbero comunque indurito il cuore per l’incredulità.

Gesù stava dicendo a queste persone, in effetti: “Vi ho dato miracoli, segni, prodigi. Ho soddisfatto i vostri bisogni, ho guarito le vostre malattie e vi ho nutrito miracolosamente. Vi ho dato ogni esempio di amore che il Padre rappresenta. Ma avete rigettato quell’amore”.

Guardando la città, Gesù previde il terribile costo di tale durezza di cuore. Tuttavia non voleva che neanche una persona fra di loro perisse. Continuava ad amarli, e sentiamo quell’amore nelle sue tremende parole: “Ecco, la vostra casa vi è lasciata deserta” (Matteo 23:38).

Infatti, Gesù vedeva avvicinarsi il giorno della resa dei conti. E profetizzò a quella folla: “Poiché verranno sopra di te dei giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti accerchieranno e ti assedieranno da ogni parte. E abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te; e non lasceranno in te pietra su pietra perché tu non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata” (Luca 19:43-44, mia enfasi).

Cristo sapeva che in circa settant’anni il generale romano Tito avrebbe invaso Gerusalemme ed avrebbe raso al suolo la città. Le sue mura potenti sarebbero cadute ed il tempio sarebbe stato distrutto, terrorizzando la nazione. Che terribile resa dei conti Israele avrebbe dovuto pagare per il suo rifiuto arrogante dell’amore di Dio.

Ma oggi rimane lo stesso problema di incredulità: come reagisce Gesù alla durezza e al veleno diretto verso di Lui in questi periodi? C’è un’attitudine generale di ribellione e di blasfemia che dice: “Non ci sottometteremo alle regole di Dio”. Io so cosa si prova per quest’attitudine: un profondo dolore mescolato a rabbia. Chiedo continuamente al Signore: “Come può beffarti il mondo così terribilmente, per così tanto tempo?”.

Mi chiedo: piangendo per Gerusalemme, Gesù sentiva anche il dolore per il mondo indurito del futuro? Prevedeva che una vasta popolazione della terra avrebbe beffato il suo nome due millenni dopo? Sentiva anche le ferite di quei credenti futuri che lo avrebbero rigettato nei secoli avvenire? Le sue lacrime erano anche per i giudizi che sarebbero giunti in risposta all’incredulità? Pensate a quanto sia stato proclamato con potenza l’evangelo nel corso dei secoli. Migliaia e migliaia di ministri e missionari predicano ora Cristo in tutto il mondo. Moltitudini di associazioni caritatevoli compiono un lavoro infinito di compassione nel suo nome. E molte persone rimangono testimoni del suo amore in mezzo a terribili persecuzioni in tutto il mondo. Ma per molti della chiesa di Gesù Cristo, la fede è un fenomeno occasionale e fortuito. Ogni qualvolta giunge una crisi – una prova con maggiore intensità – la loro fede vacilla, e i dubbi li assalgono.

Ci viene detto attraverso i Salmi e altri scritti sapienziale che abbiamo un Dio che ride, piange, soffre e la cui rabbia può essere istigata. Allo stesso modo, il Nuovo Testamento ci dice che abbiamo un sommo sacerdote in cielo che viene toccato dai sentimenti delle nostre infermità; lo stesso uomo in carne ed ossa che era Dio in terra è oggi un uomo glorificato nell’eternità.

Senza dubbio, il nostro Signore è un Dio che prova dei sentimenti. E mi chiedo: non è possibile che Gesù sia ferito dalla grande incredulità che c’è in tutto il mondo oggi?

Pensate all’incredulità dei discepoli nella barca con Gesù, quando iniziò ad affondare per la forte tempesta. Quanto avranno ferito Gesù queste parole accusatrici ed incredule: “Maestro, non ti curi che periamo?” (Marco 4:38).

E che dire dei momenti in cui Gesù diede miracolosamente da mangiare a 5000 persone ed in seguito a 4000, soltanto con pochi pani e pesci? Per due volte compì questo miracolo del cibo, nutrendo un totale di 9000 uomini, senza contare le donne ed i bambini. Anche dopo queste opere incredibili, gli stessi discepoli di Gesù continuavano ad essere perplessi. Dopo una di queste moltiplicazioni, Cristo parlò loro del lievito dei Farisei, ed essi “discutevano fra loro dicendo: Non abbiamo pane” (Marco 8:16).

Gesù sarà rimasto scioccato dalle loro parole. Aveva appena moltiplicato miracolosamente il pane per le masse, proprio davanti agli occhi dei suoi discepoli. Chiaramente era ferito mentre rispondeva loro: «Perché discutete sul fatto che non avete pane? Non capite ancora e non intendete? Avete il vostro cuore ancora indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate? Quando spezzai i cinque pani per i cinquemila, quante ceste piene di pezzi avete raccolto?». Essi dissero: «Dodici». Ed egli disse loro: «Come, ancora non capite?» (8:17-19,21).

Non doveva forse piangere Gesù in quel momento? Non doveva piangere per la loro incredulità, pur avendolo visto compiere l’impossibile? Doveva piangere capendo che, nonostante il suo amore che compiva miracoli, essi ancora non si fidavano di lui?

E che dire della Risurrezione, quando Gesù apparve accanto ai due discepoli sulla via di Emmaus? Ricordate quanto fossero abbattuti i due, non avendo ancora capito chi era Colui che camminava con loro? Gesù chiese loro cosa li preoccupasse, ed essi risposero: “Sei tu l'unico forestiero in Gerusalemme, che non conosca le cose che vi sono accadute in questi giorni? Or noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto questo, siamo già al terzo giorno da quando sono avvenute queste cose. Ma anche alcune donne tra di noi ci hanno fatto stupire perché, essendo andate di buon mattino al sepolcro, e non avendo trovato il suo corpo, sono tornate dicendo di aver avuto una visione di angeli, i quali dicono che egli vive. E alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato le cose come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto” (Luca 24:18, 21, 23–24).

In breve, quando i discepoli non trovarono Gesù alla tomba, non credettero più. E non credettero neanche alla testimonianza delle donne che raccontavano quanto l’angelo aveva detto a proposito della Risurrezione.

Che ferite avranno provocato in Gesù! Anche la chiesa dei suoi giorni non credette alla sua risurrezione. Fu allora, sulla strada di Emmaus con i due discepoli increduli, che Gesù li rimproverò: “O insensati e tardi di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno detto! Non doveva il Cristo soffrire tali cose, e così entrare nella sua gloria?” (24:25-26).

I suoi seguaci non avevano ricordato né credevano nelle parole che aveva predetto loro sulla sua morte, sulla sua sepoltura e sulla sua risurrezione. Vediamo la stessa reazione ferita in Cristo quando apparve a tutto il gruppo riunito: “Infine apparve agli undici mentre erano a tavola e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a coloro che lo avevano visto risuscitato” (Marco 16:14).

Osservate qui la parola “rimproverò”.

Alcuni lettori si chiederanno come mai il nostro Signore gentile e compassionevole parlò in maniera così decisa ai suoi discepoli. Ma questo racconto del Vangelo lo spiega chiaramente: Cristo era particolarmente colpito dalla loro incredulità. Questi uomini erano stati i suoi amici più intimi, il suo gruppo ristretto, quelli su cui aveva contato per servire come colonne della sua chiesa. Ma evidentemente, quando Gesù entrò in quell’alto solaio, li udì parlare come se non ci fosse stata alcuna risurrezione, come se Cristo non fosse vivo – e la loro durezza di cuore lo portò alle lacrime.

Le ferite più profonde vengono da chi ci sta più vicino: le persone a noi più care, i più intimi, amici in cui abbiamo posto la fiducia.

Quando penso a quelli che promuovono il “Codice da Vinci” e il “Vangelo di Giuda”.. che cercano di legiferare Dio dalla nostra società… che beffano e maledicono Cristo… mi rendo conto che nessuno di questi può ferire il nostro Signore e Salvatore. È normale che vi sia incredulità e durezza di cuore. Gesù stesso disse: “I figli del diavolo fanno quello che il padre dice loro di fare”. Le loro azioni sono una risposta alle direttive che vengono loro dall’inferno. Ringrazio Dio per ogni difensore della fede che prende con calma la penna per svergognare le menzogne di Satana.

È l’incredulità di moltitudini di credenti apatici che ferisce il nostro Signore. Quanto lo addolora vedere il suo popolo che lo loda, che testimonia la sua fedeltà e la sua potenza, che predica sermoni toccanti sulla fede – ma Dio sa che si tratta solo di un servizio di labbra. Nei momenti di crisi, molte di queste persone scadono dalla fede, pensando che Dio non si prenda cura di loro.

Ma non sono neanche queste le persone che feriscono di più Gesù. Le sue ferite più profonde sono inflitte da i suoi amici più intimi, più cari. Sappiamo dalla Scrittura che Dio non ha riguardi di persona, nel senso che non mostra favoritismi quando si tratta di salvezza; tutti vengono salvati per fede. Ma Cristo ha un gruppetto ristretto di amici, persone delle quali si fida in modo particolare. Infatti, vediamo l’amicizia umana con Dio in entrambi i Testamenti: quando il Signore chiamò Abrahamo suo “amico”… quando Mosè fu scelto per parlare col Signore faccia a faccia.. e in tutti i Vangeli.

Chi faceva parte di questo gruppetto di amici di Gesù? Gli scrittori dei vangeli ripetono più volte che il gruppetto di Cristo era composto da Pietro, Giacomo e Giovanni. Questi erano gli unici che Gesù si portò dietro quando risuscitò la ragazzina dalla morte. Questi erano con Cristo anche durante quel glorioso momento sul Monte della Trasfigurazione. E questi tre furono gli ultimi discepoli con Gesù nel Getsemane, quando chiese loro di continuare a vegliare e a pregare. Chiaramente, c’era un gruppetto di persone vicino al Signore. Ma a Betania, Gesù aveva un gruppetto ancora più intimo. Era composto da Marta, Maria e il loro fratello Lazzaro. Gesù usava la loro casa silenziosa per riposarsi dalla folla che lo pressava; Marta gli cucinava pranzetti, Maria era una conversatrice devota e Lazzaro era un amico carissimo con cui Gesù si confidava. L’evangelo di Giovanni afferma chiaramente: “Or Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro” (Giovanni 11:5).

Questa era una famiglia di cui Gesù si fidava, dove poteva sedersi e rilassarsi, dove poteva stare tranquillamente a riposo. I tre componenti erano come una famiglia per lui, e la loro storia è nota. Lazzaro si ammalò gravemente, e le sorelle mandarono un messaggio urgente a Gesù: “Signore, ecco, colui che ami è ammalato”. Ma Cristo aspettò finché Lazzaro morì prima che lui vi si recasse. Perché? “Egli disse: Questa malattia non è a morte, ma per la gloria di Dio, affinché il Figlio di Dio possa essere glorificato” (11:3-4).

Sappiamo che Gesù avrebbe semplicemente potuto pronunciare una parola e Lazzaro sarebbe stato guarito. Allo stesso modo, il Signore sarebbe potuto recarsi al capezzale di Lazzaro per guarirlo. Invece Cristo disse: “Ed io mi rallegro per voi di non essere stato là, affinché crediate; ma andiamo da lui” (11:15).

Una cosa è credere per la guarigione di un malato, ed un’altra è credere che un morto possa ritornare in vita. In questa scena, Gesù stava creando un’opportunità al suo gruppetto di amici di credere in una cosa assolutamente impossibile. Stava dicendo in effetti a Marta e Maria: “Sono lieto di non essere stato lì quando le cose erano così brutte. E sono lieto di non aver agito subito. Ho permesso a questa situazione di oltrepassare ogni possibilità, ogni speranza umana, perché volevo farvi contemplare la mia potenza di risurrezione”.

Questo incontro non riguardava tanto la morte di Lazzaro quanto quella di Cristo stesso. Pensateci: quando giunse il momento per Gesù di affrontare la croce, come avrebbero creduto i suoi seguaci che sarebbe potuto risorgere dalla morte? C’era solo un modo per cui potevano credere. Ed era che Gesù – lì a Betania, con i suoi amati amici – doveva trovarsi nella situazione più disperata e operare i suoi propositi in una situazione umanamente impossibile. Sono convinto che Gesù non avrebbe permesso questa esperienza a coloro che non facevano parte del suo gruppetto. Queste cose erano riservate a coloro che gli erano intimi, che non pensavano come il mondo. Vedete, è solo in tali amici – persone che conoscono il cuore di Dio e si fidano ciecamente di Lui – che può produrre una fede che non può essere scossa.

Il fatto è che Gesù conosceva tutte le difficoltà future che avrebbero subito questi cari. Conosceva ogni malattia e ogni tragedia che avrebbero affrontato. Conosceva anche la distruzione che avrebbe desolato Gerusalemme. E voleva vedere in loro una fede che avrebbe creduto nella sua cura non importa quale calamità avrebbero affrontato. Sapeva che era l’unica cosa che li avrebbe fatti sopravvivere a quanto sarebbe loro successo.

Quando alla fine Gesù arrivò, le prime parole di Marta furono: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Ma io so, che anche adesso, qualunque cosa chiederai a Dio, Egli te la darà”. Queste parole possono suonare piene di fede da parte di Marta. Ma quando Gesù rispose: “Tuo fratello risorgerà”, la risposta di Marta fu rivelatrice: “So che lo risusciterai nell’ultimo giorno”. In altre parole: “Per adesso è tutto finito, Gesù. Sei arrivato troppo tardi”.

Gesù rispose: “Io sono la risurrezione e la vita: chi crede in me, anche se fosse morto, vivrà e chiunque vive e crede in me non morirà mai. Credi tu questo?” (11:21–22, 23–24, 25–26).

In altre parole, Cristo le stava dicendo: “No, Marta, Io sono la risurrezione e la vita. Credi in me, e non morirai mai”. Ancora una volta, non stava parlando di Lazzaro, ma della sua morte e della sua risurrezione. Per lui, la risurrezione di Lazzaro era una cosa già fatta: “Marta, non credi che posso entrare nella tomba e fare l’impossibile per te e Maria, in tutti i vostri giorni?”.

A quel punto, Marta se ne andò (11:28). Ed è quello che facciamo un po’ tutti in situazioni del genere. Non risolviamo la questione con Gesù, cercandolo con fede: “O Signore, sovvieni alla mia incredulità”. Al contrario, semplicemente ce ne andiamo per fatti nostri, ritorniamo ai nostri dubbi e alle nostre paure. E questo ferisce il Signore. Evidentemente, Marta non comprese che Gesù voleva di più da lei che una semplice fede per questa crisi. Cristo voleva che lei smettesse ogni tendenza all’incredulità, ed iniziasse una fiducia eterna in ogni prova.

Gesù poi chiamò Maria. “Quando Maria giunse lì dov’era Gesù, e lo vide, cadde ai suoi piedi dicendogli: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. Anche la devota Maria disse a Gesù la stessa cosa di sua sorella. Quale fu la sua reazione? “Fremé nello spirito e si turbò” (11:32,33).

L’incredulità di Marta lo aveva ferito molto. Sono convinto che Gesù si aspettava di più da Maria. Ma mentre la osservava piangere disperata, egli “fremé” – una parola che significa “indignazione”. Allo stesso modo, la parola “turbato” significa “dispiaciuto”.

Fu allora che Gesù disse: “Dove lo avete posto?” (11:34). Sentendolo comandare che la pietra venisse rotolata, Marta protestò: “Ma Signore, puzza. Nostro fratello è morto già da quattro giorni”. Ancora incredulità. E fu allora che leggiamo: “E Gesù pianse” (11:35).

Esisteranno forse migliaia di definizioni che descrivono il motivo per cui Gesù pianse. Ma per me, questo passo ha un significato personale. Meditandoci sopra, ho pregato: “Signore, non voglio sapere quello che dicono alcune dottrine. Voglio sentire quello che senti tu”.

Gesù ci dice di piangere con quelli che piangono, e probabilmente egli pianse per quello che vedeva accadere ai suoi giorni. Ma il fatto è che Gesù già sapeva che Lazzaro sarebbe di lì a poco uscito dalla tomba. Perciò le sue lacrime erano per qualcos’altro.

Ebrei ci dice: “Ora chi furono coloro coi quali si sdegnò per quarant'anni? Non furono coloro che … furono disubbidienti?” (Ebrei 3:17-18). Ritornando alla scena davanti alla tomba di Lazzaro, inizio a sentire qualcosa del cuore ferito di Gesù. Pensateci: sembrava in quel momento che nessuno credesse appieno in Cristo. I Giudei non lo accettavano. Persino le colonne della sua chiesa non credevano. Il suo gruppetto di amici non mostrava alcun cenno di fede. Gesù sapeva che presto avrebbe lasciato la terra, perciò come si sarà sentito in quel momento?

Ora devo farvi una domanda: le cose oggi sono forse diverse? Chi in questo mondo crede che Gesù sia il Dio dell’impossibile? Quando il Figlio dell’uomo verrà sulla terra, troverà la fede?

Di recente stavo pregando per la salute di diversi membri della mia famiglia. Mentre pensavo a questo passo della Scrittura, improvvisamente mi ritrovai a pregare con le lacrime: “Signore, ti hanno fatto piangere. Forse anch’io ti ho fatto piangere con la mia incredulità? Ho avuto dei momenti preziosi con te per oltre cinquant’anni, Gesù. Ti amo e so che tu ami me. Ma forse ho custodito dei dubbi. Mi sono chiesto come mai alcune preghiere non hanno avuto risposta”.

Da allora, ho sentito la sua voce dolce e pacata che mi diceva: “Ti amerò sempre, David. Ti preserverò da ogni caduta, e sarò fedele nel presentarti senza macchia davanti al Padre. Ma, sì, sono stato ferito dalle volte in cui sei stato incredulo e in cui la tua fede ha vacillato”.

Perciò, cari fratelli, siete forse in mezzo ad una prova proprio in questo momento? Avete pregato, pianto e implorato aiuto, e pur tuttavia le cose vi sembravano disperate? Forse la vostra situazione ha oltrepassato ogni possibilità umana, e state pensando: “E’ troppo tardi”.

Io vi dico che questa crisi vi è stata permessa. Dio avrebbe potuto risolverla in qualsiasi momento, ma questa è la sua opportunità per produrre in voi la fede incrollabile di cui avete bisogno. Egli si aspetta che crediate in lui non solo per quanto state affrontando, ma per ogni problema impossibile che avrete da ora in poi. Capite bene: egli gioisce per voi. Ma vi ama abbastanza da edificare in voi una fede che vi farà sopravvivere in ogni prova.

Pregate con me: “Perdonami, Signore, per averti fatto piangere. Aiuta adesso la mia incredulità”. Poi fate sì che questo verso diventi il vostro: “Senza fede è impossibile piacergli, perché chi si accosta a Dio deve credere che Egli è, e che Egli è il premiatore di coloro che lo cercano diligentemente” (Ebrei 11:6).

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