Gesù e il perdono | World Challenge

Gesù e il perdono

David WilkersonJanuary 1, 1979

Per i cristiani, la cosa più difficile al mondo è il perdono. In chiesa si parla molto di perdono, ammenda e guarigione, ma se ne dimostra proporzionalmente molto poco. Sembra che tutti ci consideriamo operatori di pace, capaci di sostenere e perdonare quelli che sono caduti. Ma oggi, anche le persone spiritualmente più profonde sono colpevoli di aver ferito fratelli e sorelle non mostrando uno spirito di perdono.

Anche i migliori cristiani trovano difficile perdonare coloro che feriscono il loro orgoglio. Basta che fra due amici cristiani si abbia un "incidente" e sicuramente seguirà un rancore che durerà per la vita. Difficilmente lo ammetteranno, perché copriranno il loro spirito non perdonatore con una facciata di telefonate di cortesia, parole gentili, e l'invito "a vederci, una volta o l'altra". Ma non sarà mai più come prima. In realtà non odiamo l'altra parte, semplicemente è come se dicessimo: "Non ho niente contro di lui, ma semplicemente tenetemelo alla larga. Faccia la sua strada, io farò la mia". Non facciamo altro che ignorare le persone che non riusciamo a perdonare.

Il tipo più difficile da perdonare è l'ingrato. Avete amato qualcuno senza essere corrisposti. Vi siete sacrificati per aiutare un amico nel bisogno, solo per essere criticati o trattati con ingratitudine. La persona per la quale vi siete sacrificati non dimostra che mancanza di riconoscenza ed egoismo. Le vostre buone intenzioni vengono travisate, e le vostre buone azioni vengono interpretate come motivate da fini egoistici. Increduli, esclamate: "Come possono comportarsi così, dopo tutto quello che ho fatto per loro? È questo quello che ricevo in cambio, dopo essere stato così buono di cuore?". Riusciremo mai a perdonare quegli ingrati? È difficile. Sorridiamo loro, li salutiamo a distanza, ma abbiamo deciso che "non vogliamo avere più niente a che fare con loro".

Troviamo quasi impossibile perdonare qualcuno che ci abbia ingannato. Siamo estremamente ansiosi di ricevere perdono per le nostre bugie e cadute, ma nulla ci infuria di più, del sapere che qualcuno ci ha mentito. La consideriamo una mancanza di fiducia. Perdiamo subito rispetto per quella persona. Se mai perdoniamo, lo facciamo sotto condizione: "Ti perdono per questa volta, ma se mai mi mentirai di nuovo, dovrai vedertela con me".

Non riusciamo a perdonare quelli che ci danno torto. Siamo convinti di avere una buona ragione per tutto ciò che facciamo, e troviamo quasi impossibile perdonare colui che insinua che abbiamo sbagliato. Piuttosto che esaminare onestamente quello che ci stanno dicendo, ci ingolfiamo in lunghe e confuse spiegazioni, cercando di giustificare le nostre azioni. Più le critiche sono vicine alla verità, meno siamo disposti a perdonare quelli che le sottopongono alla nostra attenzione.

Un'impiegata di banca mi aveva dato dieci dollari in più. Sorrisi e le restituii i dieci dollari, dicendo: "Signorina, ha fatto un piccolo sbaglio. Mi ha dato dieci dollari di troppo". Esplose. Le guance le tremavano d'ira, mentre replicava: "Cosa volete, una medaglia per essere stato onesto? Tutti possono fare sbagli". Molti di noi sono proprio così. Non ci piace che le persone ci ricordino i nostri sbagli, e coloro che lo fanno, anche se amorevolmente, invece di ringraziamenti, ricevono solo una fredda alzata di spalle.

La maggior parte dei cristiani non conosce i fatti basilari su come fronteggiare la critica, e specialmente quella scritta o stampata. Una lettera di contestazione accende ogni tipo d'ira. Sediamo e replichiamo, punto per punto, come orsi feriti. La penna fa sgorgare un fiume di inchiostro avvelenato. Vogliamo le mettere le cose a posto. Non vogliamo che si pensi male di noi o che siamo fraintesi. Siamo pronti a difendere ad ogni costo il nostro onore e la nostra correttezza. Che capolavoro di difesa che verghiamo! L'orgoglio ferito ci rende veramente facondi, nel difendere il nostro punto di vista.

Anche quelli che hanno imparato a non rispondere alle critiche e a gettare le contestazioni scritte dentro il cestino della cartaccia, trovano difficoltà a perdonare veramente l'autore delle critiche. In effetti, diciamo: "Non voglio reagire, ma un giorno o l'altro ne renderai conto a Dio! La pagherai, un giorno!". Invece di perdonare e dimenticare, lasciamo che il risentimento covi per mesi ed anche per anni, aspettando solo l'occasione di incontrare quel critico faccia a faccia, per "dirgli il fatto suo".

Che lo crediate o no, prima dobbiamo imparare a perdonare Dio. Dio non ha mai fatto torto ad alcuno, ma questo non ci impedisce di nutrire un sottile rancore contro di lui. Molto spesso, veniamo alla sua presenza con un turbamento intimo, su qualcosa che ha fatto e che non è conforme a ciò che pensavamo.

Una ragazza mi confessò: "Due anni fa, mia madre e mio padre morirono in un incidente d'auto. Erano entrambi ministri, ed i migliori ed affettuosi genitori che un giovane possa desiderare. Negli ultimi due anni, fin dal giorno del loro funerale, ho avuto un sottile cruccio contro il Signore. Mi sono chiesta come abbia potuto permettere che morissero entrambi in un modo tanto violento. Dio non protegge i suoi? Non riesco più a pregare con reale fiducia in Gesù, perché mi porto dentro quest'idea: che è venuto meno nei miei confronti. Che posso fare? Credo che si possa dire che sono arrabbiata col Signore".

Una giovane coppia di mia conoscenza, che vive in uno stato del sud, ha nutrito per circa dieci anni un risentimento contro il Signore. La loro bella bambina di cinque anni morì in poco tempo, dopo essere stata colpita da un tumore al cervello. Cominciarono a nutrire amarezza; non smisero di andare in chiesa, partecipavano a tutte le iniziative, ma non credevano più nell'efficacia delle preghiere. Avevano paura di disonorare Dio; paura di chiamarlo bugiardo, o padre infedele. Ma non c'è dubbio che nel profondo sentissero risentimento contro il Signore. Non potevano perdonare Dio per "essersi portata via la loro unica figlia".

Dovunque vado, scopro questo sottile spirito di risentimento, fra i cristiani. Una giovane donna, nel Wisconsin, chiede: "Come potrò mai pregare di nuovo con fede? Sono stata così sola, ed avevo bisogno di un marito cristiano. Ho cominciato a proclamare ogni promessa della Bibbia. Ho esercitato la fede, ho digiunato, ho pianto. So che la mia vita piace al Signore. Ma tutto è crollato. Quando finalmente avevo incontrato un giovane, pensando fosse quello che Dio mi aveva mandato, mi lasciò e se ne andò via. Non mi vuole neanche parlare. Veramente Dio risponde alle preghiere? Cosa devo fare per avere una risposta? Non voglio accusare Dio, ma perché lui permette che io debba soffrire? Perché devo vivere da sola, quando tutto ciò che desidero è dare il mio amore a qualcuno?".

Quasi tutti i cristiani, ad un certo punto della propria vita, devono affrontare questo problema. Una preghiera rimane senza risposta per settimane o mesi, forse anche per anni. Una malattia inaspettata o una tragedia porta via un nostro caro. Avvengono cose che non hanno nessuno scopo o significato. Allora la fede comincia a vacillare. Ma la parola afferma chiaramente che una persona che vacilla non riceverà mai nulla da parte di Dio.

Gesù comprese questa tendenza dei suoi figli a nutrire rancore contro il cielo, quando le montagne non si muovono, secondo i piani. Avvertì Pietro di non stare nella presenza di Dio per chiedere alcunché, fino a che non avesse perdonato

"Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate; affinché il Padre vostro che è nei cieli vi perdoni le vostre colpe" (Marco 11:25)

Credo che Gesù sta dicendo: "Non state alla presenza di Dio, chiedendo che le montagne si spostino, oppure il perdono dei vostri peccati, se avete nel cuore un segreto risentimento contro il cielo. Venitene fuori! Lasciate che lo Spirito di perdono fluisca attraverso voi. Gridate che Dio è fedele. Egli non ha fallito. Risponderà! Provvederà! Sottomettetevi e chiedetegli di perdonarvi per avere permesso il sorgere di questi dubbi".

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